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Vittorio Alfieri


Vittorio Alfieri nacque nel 1749 ad Asti e morì nel 1803 a Firenze. Fu di carattere inquieto e appassionato, nemico di ogni tirannide e insofferente di ogni mediocrità, acceso da un aristocratico individualismo, e letterariamente influenzato dalle letture degli illuministi e dell'amatissimo Plutarco. Nelle sue tragedie l'azione è incentrata su un unico eroe protagonista che si erge senza compromessi sulla tirannide ma che, lontano da ogni concretezza storico-politica, finisce per combattere una lotta solitaria e senza sbocchi: emerge di conseguenza un esasperato titanismo che rifiuta ogni potere in quanto esso è per sua stessa natura tirannico. L'avversione per tale forma governativa fu anche definita nei due libri "Della tirannide", mentre anche il trattato "Del principe e delle lettere" sostiene che fra il tiranno e lo scrittore (la cui funzione dev'essere quella di diffondere la libertà) non ci può essere nessun rapporto e dunque va esclusa ogni forma di mecenatismo. Con quest'opera, scritta in tre libri in più riprese (1778-'85-'86), l'Alfieri, in polemica con la figura dell'intellettuale estraneo ai problemi del suo tempo e chiuso in una dimensione accademica e letteraria, o addirittura servilmente subordinato ai potenti, traccia una nuova figura di scrittore, impegnato con la sua opera a illuminare gli uomini e a trasformare la Storia, e assegna alla Poesia un ruolo politico-sociale decisivo. L'opera si richiama al Machiavelli, oltre che nel titolo anche nell'esortazione finale a liberare l'Italia dai barbari.



LETTERATURA NEOCLASSICA