Con il termine Neoclassicismo si suole definire un particolare momento storico del classicismo, e precisamente il periodo compreso fra la seconda metà del XVIII secolo e i primi decenni del XIX secolo, e cioè dallo scoppio della Rivoluzione francese alla caduta di Napoleone Bonaparte (1815-16), all'inizio della Restaurazione e, nel nostro paese, al sorgere della polemica fra classicisti e romantici, e che viene comunemente chiamato appunto, neoclassico. 
Mentre si è spesso parlato con minore pertinenza di neoclassicismo a proposito di certi aspetti del manierismo cinquecentesco o di alcune opere di Carducci, Pascoli o D'annunzio, non è invece inopportuno ravvisare qualche precorrimento del concetto di "bello ideale", proprio del Neoclassicismo, nella pittura di Raffaello (come sosteneva Mengs), nei trattati di alcuni saggisti del '600, o ancora negli scritti di alcuni teorici dell'Arcadia. Ma mentre i riferimenti di questi ultimi alla cultura greca e romana erano filtrati attraverso mediazioni cinquecentesche e secentesche, si deve solo a Winckelmann il merito di aver teorizzato una dottrina autonoma e originale del Neoclassicismo in opere quali "Storia dell'arte dell'antichità", determinando una corrente pittorica, scultorea, letteraria, architettonica, musicale ed estetica in generale diffusa in tutta Europa, e sostenuta anche da Napoleone. 
Il Bonaparte volle infatti farne un'arte di Stato perché richiamasse alla memoria i fasti della democrazia ateniese e della repubblica romana, mitizzando una rinascita della romanità cesariana e imperiale. Il Winckelmann, convinto che gli antichi, e soprattutto i greci, avevano raggiunto la perfezione artistica, e attratto maggiormente dalla scultura, ritenne necessario un ritorno a quella grandezza, da imitare per la sua bellezza spesso priva di una connotazione realistica-naturalistica, bensì astratta, razionale, olimpica, metafisica, assoluta. Comunque, benchè la teoria estetica winckelmanniana abbia certamente avuto il pregio di aver promosso una riscoperta dell'arte e della cultura classiche, spesso si è verificata una sorta di retorica neoclassica, ossia un'accademicità sterile e fine a se stessa, astorica se non anacronistica, e trasmettente a volte un'atmosfera da museo o da cimitero piuttosto che una emozionalità ispirata. Peraltro soprattutto nella sua fase ottocentesca il neo classicismo perse gran parte della sua originale e spontanea semplicità nel citare lo stile antico dei greci, per approdare ad una meno credibile e alquanto meccanica e sterile imitazione di esso.
In generale però, molti artisti del periodo si sono riconosciuti pienamente in tale corrente, e secondo i suoi canoni, poi ulteriormente sviluppati da teorici quali Mengs e Lessing, hanno realizzato grandi capolavori: in Italia ad esempio, nell'ambito della letteratura, la diffusione del Neoclassicismo fu agevolata dagli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano (1738-'65), che entusiasmarono e ispirarono anche poeti e scrittori al di fuori di tale corrente artistica.